ca di una morte “artificiale”
combattere per la religione è una pura scusa per un fine comune, la conquista e l’estensione dei propri territori; come dice Hillman in “Un terribile amore per la guerra”, si tratta di una religione ipocrita. Patriottismo, eroismo, missione sacra, chiamiamola pura libera espressione di sé, sono cause, a quanto pare giustificate, di guerra. La guerra vista anche come pulizia di un mondo che non va bene, che non è come lo si vuole, (pensiamo alle persecuzioni, ai genocidi); la guerra come un’avventura da opporre alla tranquillità quotidiana, alla noia(tanto è vero che ci sono pure i volontari di guerra);la guerra come messa alla prova delle proprie capacità, di un ritorno agli ideali di perfezione, come segno di virilità; e poi la guerra come risoluzione e affermazione dei propri diritti, che forse è una causa più comprensibile anche se poco accettabile sempre per il punto di vista morale. E col passar degli anni l’industria bellica si è perfezionata sempre di più, ed è proprio adesso che si deve temere qualsiasi tipo di contrasto con un altro paese, con un gruppo di estremisti o con una popolazione. “Dai tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo di incivilimento”, Freud cita questa frase nella sua lettera di risposta al “perché la guerra?” di Einstein, e insieme all’incivilimento un senso di insoddisfazione per quello che si ha; l’avere tutto troppo facilmente ci ha portato a desiderare sempre altro, e questo anche scavalcando la gente. Si è arrivati ad un egoismo collettivo, e si sa benissimo che nel vocabolario degli egoisti la parola dialogo significa perdita di tempo. La scienza ha aiutato l’uomo a restringere il campo dei pericoli naturali, infondo ha sempre provveduto a renderci più facile la vita, eppure, forse per una questione di bilanciamento, di pari passo ha anche ingegnato armi più potenti. Evitiamo la morte naturale e le sostituiamo la morte “artificiale”. Un processo di autodistruzione che evidenzia la pura follia della mente umana che va alla ricerca dell’offesa e dell’attacco e si difende con le stesse armi. Siamo troppo attaccati al materiale, al possesso perché sono le uniche due cose reali, che ci danno sicurezza e ci rendono superficialmente forti, quando è evidente che i nostri bisogni sono ben altri. Un po’ come dice lo stesso Terzani nelle sue “Lettere contro la guerra”:”L’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco…Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fine della nostra felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé”. Non cita nessun Dio, quanto una riscoperta dei valori fondamentali della vita e una messa in atto di ciò di cui si parla spesso in
grandi manifestazioni, la pace. Ma il fulcro della guerra è soprattutto la politica; chi da il via alla guerra è il capo dello stato e questo perché di fondo ci sono grandi interessi, di denaro soprattutto, che vanno però a discapito della gente comune, del libero cittadino. Ed è proprio qui che dovrebbe prendere voce il popolo, ribellarsi, e se il popolo è consenziente dovrebbero interessarsi i capi degli altri stati; questo per il bene comune, perché la guerra in un posto anche lontanissimo da noi, influenzerà anche marginalmente il nostro vivere.” Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti d’interesse”(S. Freud, Perché la guerra?) Castiglia Amelia
La Resistenza fu una guerra di liberazione e perciò una guerra patriottica, o una guerra civile e perciò pesantemente definibile "fratricida" ?
Pavone parla di guerre combattute nella Resistenza: una guerra civile tra fascisti e antifascisti, una patriottica liberazione dall’occupazione tedesca e una rivoluzionaria di classe per il rovesciamento dei rapporti social
i tra classi dominanti e dominate. Nonostante queste distinzioni tutte e tre le guerre possono essere considerate civili per il modo con cui. sono state combattute. E' ricorrente la distinzione fatta tra guerre esterne, che si svolgono tra stati sovrani, e guerre interne. che svolgono all'interno di uno stesso stato. Non si può definire se una guerra civile o esterna sia buona o cattiva, ma l'unica differenza fra le due è che ogni stato ha ius gladii rispetto agli altri stati, mentre il cittadino ha "sacro dovere" di ubbidire alle leggi e perciò di non esercitare alcuna forza contro il proprio stato: solo in questa prospettiva la guerra civile é vista come "cattiva"; ma non tutte lo sono, basti ricordare quella che condusse alla sanzione dell'art. 35 della dichiarazione dei diritti del 1793: il diritto all'insurrezione. Ma la Resistenza a differenza delle normali guerre civili non fu un'insurrezione contro una stato costituito, ma contro uno stato in disgregazione, fu in una situazione di vuoto di potere. Bisogna anche dire che allo stato attuale di collaborazione internazionale é difficile stabilire dove finisce la guerra civile e comincia quella internazionale: è sempre coinvolto uno stato straniero o direttamente o attraverso invio di armi, - è sempre più frequentemente questo intervento viene giustificato, come "aiuto fraterno". Un conflitto per essere non internazionale deve: non coinvolgere lo stato e perciò, in quanto non conflitto tra stati, non rispettare le regole del ius belli. E ' giudizio antico che le guerre civili sono più crudeli delle guerre esterne, in quanto non viene rispettato il diritto di guerra, sia per il trattamento dei prigionieri che per l’uso della tortura sui combattenti catturati o 1’esercizio indiscriminato di rappresaglia. Esiste infatti uno, ius ad bellum, cioè il diritto dello stato di intraprendere guerra che distingue le guerre in giuste o ingiuste; ed uno ius in bello, cioè le regole che disciplinano la condotta della guerra e che definiscono perciò una guerra lecita o illecita. Il diritto internazionale ha riconosciuto come diritto sovrano quello alla guerra e perciò non si deve più stabilire se è guerra giusta o ingiusta ma se lecita o no, o meglio quali sono i limiti entro cui la violenza può essere esercitata e su chi è lecito esercitarla. Normalmente una guerra civile è sentita come giusta da entrambi le parti, il nemico è un nemico assoluto perchè chi combatte lo fa in nome di ciò che ritiene giusto. Il partigiano a differenza del soldato ha scelto la sua parte ed è responsabile delle proprie azioni, non è esecutore di ordini, ma ognuno spende per intero la propria coscienza in piena responsabilità" (Revelli). La Resistenza è stata combattuta come guerra civile ed infatti. come giustificare il macabro episodio finale di Piazza Loreto: “quando mai un monarca o un capo di stato di un paese civile in una guerra internazionale era stato giustiziato come il capo di. un gruppo di malfattori in una guerra di bande?” (pag.153-Bobbio). “Solo al capo di una guerra civile poteva accadere di essere catturato, ucciso senza processo, ed esposto con la testa in giù in una pubblica piazza" (pag. 154 - Bobbio). Pavone si interessa infatti dell'aspetto morale della resistenza o meglio dell'esistenza di una moralità nella resistenza (basti ricordare il sotto-titolo saggio storico sulla moralità nella resistenza).
Pavone dice che "la violenza esercitata dagli uomini della resistenza discende dalla rottura del monopolio statale della violenza" e perciò “ogni forza tende ad autolegittimarsi e a delegittimare la forza dell'altro. E il nemico diventa nemico totale”. Ma in una situazione limite in cui non c'è autorità superiore, chi deve giudicare dove finisce la violenza lecita e comincia quella illecita e comincia quella illecita? L'attentato di Via Rasella o quello a Gentile, l'eccidio delle Fosse Ardeatine o l'esposizione del cadavere di Mussolini, chi ha il diritto di giudicare se siano state lecite o no ? Di qui il forte invito a riflettere su alcune grandi questioni morali, l'attenzione rivolta al rapporto tra etica e politica considerata come dovere irrinunciabile del cittadino, la coerenza tra pensiero ed azione, la forza dell'amicizia e del1a solidarietà nel pericolo.E nonostante la Resistenza si fosse conclusa con un pó di delusione da parte di chi credeva di poter cambiare il mondo o l'insoddisfazione del ritorno alla “Vita mediocre", grazie ad essa il popolo italiano poté esprimersi attraverso il vota, partecipando così alla nascita della costituzione repubblicana, approvata da uomini rappresentanti di partiti antifascisti.







