giovedì 14 maggio 2009

...un pò di storia

Alla Ricerca di una morte “artificiale”

“In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci”. Un commento che rende evidente la visione piuttosto realistica di T.Terzani. Basti pensare alla vita di ogni giorno, ai contrasti che si hanno anche in famiglia; la guerra è un qualcosa che nasce quasi spontaneamente per la sola volontà di prevalere sull’altro o per far percepire un proprio disagio, ed è alimentata di continuo da differenze di pensiero, di personalità, di religione. Un modo per evitare i forti contrasti, le esagerazioni, è il dialogo ma, non sempre è una cosa facile; ci dovrebbe essere anche una risposta positiva al dialogo, una predisposizione alla convivenza, un’etica comune, ma l’etica nasce da un percorso di vita, e non si nasce tutti nelle stesse condizioni. A volte per l’ignoranza o condizioni estreme, a volte per superficialità, la guerra nasce all’improvviso e in molti casi il dialogo si ritrova solo dopo molti anni di lotta. Ai giorni nostri, una persona colta e dotata di un intelletto che guarda oltre, ai risultati della guerra, ai disastri, alla carestia comune e all’arricchimento dei “pochi”, si schiererebbe sicuramente contro la guerra; eppure non si è sempre pensato fosse qualcosa di totalmente insensato e autodistruttivo, e non bisogna andare molto in là con gli anni per affermare questo, basti pensare alla seconda guerra mondiale e alle guerre che tuttora vanno avanti nei paesi orientali. Si combatte per elogiare la patria, per affermare la propria religione, per conquistare territori o sottomettere popoli, per un senso di soddisfazione. Ma combattere per la religione è una pura scusa per un fine comune, la conquista e l’estensione dei propri territori; come dice Hillman in “Un terribile amore per la guerra”, si tratta di una religione ipocrita. Patriottismo, eroismo, missione sacra, chiamiamola pura libera espressione di sé, sono cause, a quanto pare giustificate, di guerra. La guerra vista anche come pulizia di un mondo che non va bene, che non è come lo si vuole, (pensiamo alle persecuzioni, ai genocidi); la guerra come un’avventura da opporre alla tranquillità quotidiana, alla noia(tanto è vero che ci sono pure i volontari di guerra);la guerra come messa alla prova delle proprie capacità, di un ritorno agli ideali di perfezione, come segno di virilità; e poi la guerra come risoluzione e affermazione dei propri diritti, che forse è una causa più comprensibile anche se poco accettabile sempre per il punto di vista morale. E col passar degli anni l’industria bellica si è perfezionata sempre di più, ed è proprio adesso che si deve temere qualsiasi tipo di contrasto con un altro paese, con un gruppo di estremisti o con una popolazione. “Dai tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo di incivilimento”, Freud cita questa frase nella sua lettera di risposta al “perché la guerra?” di Einstein, e insieme all’incivilimento un senso di insoddisfazione per quello che si ha; l’avere tutto troppo facilmente ci ha portato a desiderare sempre altro, e questo anche scavalcando la gente. Si è arrivati ad un egoismo collettivo, e si sa benissimo che nel vocabolario degli egoisti la parola dialogo significa perdita di tempo. La scienza ha aiutato l’uomo a restringere il campo dei pericoli naturali, infondo ha sempre provveduto a renderci più facile la vita, eppure, forse per una questione di bilanciamento, di pari passo ha anche ingegnato armi più potenti. Evitiamo la morte naturale e le sostituiamo la morte “artificiale”. Un processo di autodistruzione che evidenzia la pura follia della mente umana che va alla ricerca dell’offesa e dell’attacco e si difende con le stesse armi. Siamo troppo attaccati al materiale, al possesso perché sono le uniche due cose reali, che ci danno sicurezza e ci rendono superficialmente forti, quando è evidente che i nostri bisogni sono ben altri. Un po’ come dice lo stesso Terzani nelle sue “Lettere contro la guerra”:”L’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco…Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fine della nostra felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé”. Non cita nessun Dio, quanto una riscoperta dei valori fondamentali della vita e una messa in atto di ciò di cui si parla spesso in grandi manifestazioni, la pace. Ma il fulcro della guerra è soprattutto la politica; chi da il via alla guerra è il capo dello stato e questo perché di fondo ci sono grandi interessi, di denaro soprattutto, che vanno però a discapito della gente comune, del libero cittadino. Ed è proprio qui che dovrebbe prendere voce il popolo, ribellarsi, e se il popolo è consenziente dovrebbero interessarsi i capi degli altri stati; questo per il bene comune, perché la guerra in un posto anche lontanissimo da noi, influenzerà anche marginalmente il nostro vivere.” Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti d’interesse”(S. Freud, Perché la guerra?)


Castiglia Amelia


Resistenza: guerra civile o patriottica ?

La pubblicazione di "Una guerra civile" di Claudio Pavone suscitato un dibattito riguardo la definizione della guerra svoltasi in Italia tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945: essa deve essere chiamata, come nei documenti dei vincitori, guerra di liberazione nazionale o guerra civile, come consacrata dallo storico antifascista Giorgio Pisanò?
La Resistenza fu una guerra di liberazione e perciò una guerra patriottica, o una guerra civile e perciò pesantemente definibile "fratricida" ?
Pavone parla di guerre combattute nella Resistenza: una guerra civile tra fascisti e antifascisti, una patriottica liberazione dall’occupazione tedesca e una rivoluzionaria di classe per il rovesciamento dei rapporti sociali tra classi dominanti e dominate. Nonostante queste distinzioni tutte e tre le guerre possono essere considerate civili per il modo con cui. sono state combattute. E' ricorrente la distinzione fatta tra guerre esterne, che si svolgono tra stati sovrani, e guerre interne. che svolgono all'interno di uno stesso stato. Non si può definire se una guerra civile o esterna sia buona o cattiva, ma l'unica differenza fra le due è che ogni stato ha ius gladii rispetto agli altri stati, mentre il cittadino ha "sacro dovere" di ubbidire alle leggi e perciò di non esercitare alcuna forza contro il proprio stato: solo in questa prospettiva la guerra civile é vista come "cattiva"; ma non tutte lo sono, basti ricordare quella che condusse alla sanzione dell'art. 35 della dichiarazione dei diritti del 1793: il diritto all'insurrezione. Ma la Resistenza a differenza delle normali guerre civili non fu un'insurrezione contro una stato costituito, ma contro uno stato in disgregazione, fu in una situazione di vuoto di potere. Bisogna anche dire che allo stato attuale di collaborazione internazionale é difficile stabilire dove finisce la guerra civile e comincia quella internazionale: è sempre coinvolto uno stato straniero o direttamente o attraverso invio di armi, - è sempre più frequentemente questo intervento viene giustificato, come "aiuto fraterno". Un conflitto per essere non internazionale deve: non coinvolgere lo stato e perciò, in quanto non conflitto tra stati, non rispettare le regole del ius belli. E ' giudizio antico che le guerre civili sono più crudeli delle guerre esterne, in quanto non viene rispettato il diritto di guerra, sia per il trattamento dei prigionieri che per l’uso della tortura sui combattenti catturati o 1’esercizio indiscriminato di rappresaglia. Esiste infatti uno, ius ad bellum, cioè il diritto dello stato di intraprendere guerra che distingue le guerre in giuste o ingiuste; ed uno ius in bello, cioè le regole che disciplinano la condotta della guerra e che definiscono perciò una guerra lecita o illecita. Il diritto internazionale ha riconosciuto come diritto sovrano quello alla guerra e perciò non si deve più stabilire se è guerra giusta o ingiusta ma se lecita o no, o meglio quali sono i limiti entro cui la violenza può essere esercitata e su chi è lecito esercitarla. Normalmente una guerra civile è sentita come giusta da entrambi le parti, il nemico è un nemico assoluto perchè chi combatte lo fa in nome di ciò che ritiene giusto. Il partigiano a differenza del soldato ha scelto la sua parte ed è responsabile delle proprie azioni, non è esecutore di ordini, ma ognuno spende per intero la propria coscienza in piena responsabilità" (Revelli). La Resistenza è stata combattuta come guerra civile ed infatti. come giustificare il macabro episodio finale di Piazza Loreto: “quando mai un monarca o un capo di stato di un paese civile in una guerra internazionale era stato giustiziato come il capo di. un gruppo di malfattori in una guerra di bande?” (pag.153-Bobbio). “Solo al capo di una guerra civile poteva accadere di essere catturato, ucciso senza processo, ed esposto con la testa in giù in una pubblica piazza" (pag. 154 - Bobbio). Pavone si interessa infatti dell'aspetto morale della resistenza o meglio dell'esistenza di una moralità nella resistenza (basti ricordare il sotto-titolo saggio storico sulla moralità nella resistenza). Pavone dice che "la violenza esercitata dagli uomini della resistenza discende dalla rottura del monopolio statale della violenza" e perciò “ogni forza tende ad autolegittimarsi e a delegittimare la forza dell'altro. E il nemico diventa nemico totale”. Ma in una situazione limite in cui non c'è autorità superiore, chi deve giudicare dove finisce la violenza lecita e comincia quella illecita e comincia quella illecita? L'attentato di Via Rasella o quello a Gentile, l'eccidio delle Fosse Ardeatine o l'esposizione del cadavere di Mussolini, chi ha il diritto di giudicare se siano state lecite o no ? Di qui il forte invito a riflettere su alcune grandi questioni morali, l'attenzione rivolta al rapporto tra etica e politica considerata come dovere irrinunciabile del cittadino, la coerenza tra pensiero ed azione, la forza dell'amicizia e del1a solidarietà nel pericolo.
E nonostante la Resistenza si fosse conclusa con un pó di delusione da parte di chi credeva di poter cambiare il mondo o l'insoddisfazione del ritorno alla “Vita mediocre", grazie ad essa il popolo italiano poté esprimersi attraverso il vota, partecipando così alla nascita della costituzione repubblicana, approvata da uomini rappresentanti di partiti antifascisti.
Tratto da "Democrazia e Costituzione"
Maria Simonte







La Costituzione

L'origine della Costituzione è un compromesso fra i rappresentanti dei partiti antifascisti, che dopo l'8 settembre avevano dato origine al comitato di liberazione nazionale(CLN) per la lotta contro i tedeschi e gli ultimi fascisti della Repubblica di Salò. Se non ci fosse stata questa coalizione tra i partiti antifascisti, non si sarebbe mai giunti alla Costituzione: difatti se fosse dipeso dal Re si sarebbe tornati al vecchio statuto: dopo aver fatto arrestare Mussolini si era semplicemente limitato a sciogliere la Camera dei Fasci e delle Corporazioni ed a proclamare il progetto dell'elezione di una nuova Camera dei Deputati: ciò significava il ritorno alla Monarchia Costituzionale.
li C L N, subito, presentò due enunciazioni:
il diritto di costituirsi in Governo provvisorio;
convocare il popolo, perchè esso doveva decidere la nuova forma costituzionale.
Che non si doveva tornare al vecchio statuto era certo, ma quale forma dare al nuovo assetto costituzionale? Si decise di non chiedere l'abdicazione del Re e sostituirlo con un Consiglio di Reggenza, ma si nominò il principe ereditario Umberto: era una soluzione di compromesso con l'asse leggermente spostato a destra (verso i Liberali, mentre per soluzioni repubblicana erano il P.S. e il Partito d'Azione). Questo periodo, della "tregua istituzionale" è importante per la storia del nuovo ordinamento democratico italiano: il luogotenente con un decreto del 25 Giugno annunciava che il popolo è chiamato ad eleggere, a suffragio universale diretto e segreto, un'Assemblea Costituente, e che è stata abrogata la disposizione di voler eleggere una Camera di Deputati.
Ma questa Assemblea Costituente ha piena sovranità o no? Deve solo elaborare la nuova costituzione o anche avere una funzione legislativa, o quest'ultima funzione deve essere affidata al Governo? Chi deve decidere la nuova forma istituzionale dello Stato,1 'Assemblea Costituente o il popolo tramite referendum? Si decise che il popolo doveva decidere tramite referendum, anche questo è il risultato di un compromesso, (stavolta rivolto a sinistra: infatti i Repubblicani erano convinti di avere una maggioranza schiacciante. ma ebbero solo una “Vittoria di misura” ( 12 milioni di voti contro 10 milioni). Il primo abbozzo di carta costituzionale fu redatto dalla commissione dei 75 ( 19 Luglio) presieduta da Meuccio Ruini. Anche il contenuto della Costituzione fu il risultato di uri compromesso storico: diversi erano i punti di vista ideologici delle forze politiche del CLN (Liberalismo del periodo risorgimentale; P.S. che nella sua versione riformistica aveva partecipato allo sviluppo dello stato liberale caduto sotto il fascismo; popolarismo dei cattolici, antiliberali e antisocialisti considerati partito anticlassista e centrista; il P. C. legato al primo grande stato socialista della storia. dagli. scopi rivoluzionari).
Avevano comunque un'idea comune : Antifascismo e Democrazia.
La democrazia, infatti, può a buon diritto considerarsi l'ideologia della resistenza, in quanto “antidemocratico era stato il fascismo, che al principio dell' eguaglianza aveva esaltato 1a gerarchia, contro il Potere dal basso, il potere dall'alto, contro la libertà, l'autorità...” e il partito d'azione. rappresenta pienamente questa ideologia. in quanto nato e morto con la Resistenza. Questa convergenza di scopi era influenzata sia da ragioni storiche oggettive (l'Italia venne a trovarsi nel conflitto tra le potenze vincitrici e predestinata a far parte delle democrazie rappresentative); sia da ragioni psicologiche soggettive ( ché, dopo l'esperienza dei fascismo, era disposto a un nuovo governo, dittatoriale?). Non si pensi però che le difficoltà non ci furono. Assai difficile fu conciliare le diverse ideologie politiche: nella prima parte del testo, che affronta i diritti e i doveri dei cittadini, si possono notare discordanze! tra liberalismo (libertà personale, civile, politica) socialismo (diritti sociali, di sciopero, di eguaglianza tra cittadini) e cristianesimo sociale (diritto alla famiglia considerata "società naturale", funzione sociale della proprietà sociale); nella seconda parte riguardante l'organizzazione dello Stato, la scelta fu se seguire il modello americano, garantistico e federalistico, o quello francese democratico. E se il compromesso vi fu, è perché i nostri costituenti, memori della storia, non trascurarono ciò che successe allo Statuto Albertino (che aveva tollerato la trasformazione da monarchia costituzionale in dittatura permanente) e vollero rifuggire gli estremi del "cesarismo" o del "giacobismo": unico ideale a tutti comuni era la necessità di un Processo di democratizzazione. I tratti di questa maggiore democraticità si rivelano nell' allargamento del suffragio alle donne, nel passaggio alla Repubblica e quindi a un capo non ereditario ma eletto, non più il Senato di nomina regia, ma una camera anch'essa elettiva, l'inserimento di istituti di democrazia diretta come il referendum e l'iniziativa popolare, l'autonomia regionale e il. riconoscimento dei partiti come libere associazioni che concorrono a formare con “metodo democratico”la politica nazionale. Naturalmente chi contribuì maggiormente a questo Processo (comunisti,socialisti, DC) diede una interpretazione positiva al compromesso, che di per sé potrebbe anche sembrare il risultato di un accomodamento insincero e furbesco e questa interpretazione diedero il Salvemini, che parla di "pateracchio" e non di compromesso; il Croce, liberale, lamentò la mancanza di coerenza del testo. egli dice "...ciascuno di quei partiti ha tirato l'acqua al suo mulino..."; Calamandrei, azionista, punta l'accento sugli articoli rimasti ambigui. Di contro Togliatti, comunista, riassunse il giudizio dei favorevoli, dicendo che "la parola compromesso non ha un senso deteriore.... noi non abbiamo cercato un compromesso con mezzi deteriori, ma abbiamo cercato di individuare il terreno comune su cui far confluire correnti ideologiche e politiche diverse”. Comunque sia la Costituzione, compromesso o no, ha resistito alle prove dei logoramenti, insabbiamenti, resistenze attive e passive, tentativi di inversione e sovversione; ma con ciò non bisogna credere che nella costituzione ci sia tutto ( illusione costituzionale): non sono tanto il sotto governo o "il potere occulto" a sfuggire alla regolamentazione, ma organi e funzioni appartenenti alle macchine statali indispensabili per essa, hanno solo tracce evanescenti nella Costituzione. Lontani dal credere che, poiché nella costituzione c'è tutto, il problema fondamentale sia quello di attuarla fino in fondo; 1a crisi dello Stato italiano è di portata molto più vasta e non può essere cercata entro la costituzione perché sta al di fuori di essa: il conflitto tra stato parlamentare e stato burocratico, processo di democratizzazione e di burocratizzazione allargamento della base del potere e rafforzamento di strutture gerarchiche, non è stato ancora risolto da nessuno stato moderno.

Tratto da “ Democrazia e Costituzione” Maria Simonte








The Italian Constitution
All the laws that govern our state are contained in what is the most important document of our country, and without which none of us would have the proper rights. The Italian Constitution was born in its first form as the "Statute Albertino", in 1861. It was granted by King Charles Albert of Savoy, and remained in force, albeit with some modifications, until the 1944-46 biennium, when a transitional constitution was adopted, valid until the entry into force of the “Constitution of the Republic of Italy”, on 1st January 1948.
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The present Constitution is based on different principles that seek to create a State where every person can feel free and respected. Freedom is the opportunity to be themselves and to differentiate themselves from others. In this way each individual can build his own personality and participate in a free and creative social life. Italy becomes a state founded on individualism, the individual shall have priority over the company, the company compared to the State. The conception of social freedom also limits or rules not only not to harm the freedom of others, but to promote general welfare.
One of the most important element of our Constitution is the autonomy of the individual. It does not mean total independence or sovereignty, but includes in its concept the idea of limit and coordination with the needs of the rest of society. In our country there are so several social formations in which individuals can organize themselves: municipalities, provinces, cities and regions, etc .... All these are local authorities. The precondition for democracy and autonomy is the freedom of individuals.
This concept may introduce another important point of our Constitution. By Justice is the task of abolishing the difference in life expectancy between classes and categories of citizens. The second paragraph of Art. 3 says: “It is the duty of the Republic to remove obstacles to economic and social, in fact, limiting the freedom and equality of citizens, prevent the full development of the human person and the effective participation of all workers in the political, economic and social life of the country”. It is evident the importance of these words as you can clearly see that the Italian Republic has taken the task of ensuring equal rights and justice for every citizen. This means that the state is moving away from a liberal model, the citizen has to decide social events, and so becomes involved: participates actively in society and fights against the same obstacles.
According to the Italian Constitution, therefore, the people represent many social groups with different ideologies, programs, traditions and competing with each other. We can therefore say that our political power derives from a free competition among all social players. This means that our country has free elections and voting rights guaranteed to all, and plurality of political parties. We must add however that this sovereignty is limited and regulated to ensure that equal rights are guaranteed for the majority and the minority.
Democracy is probably the main of these principles, as we can see in Art. 1: “Italy is a democratic republic based on work. The sovereignty belongs to the people and is exercised in the manner and within the limits of the Constitution.” These words show the importance of "democracy" that has various interpretations, since it is now adopted by most countries. The best words to explain this term are, as our 1st Article suggests, "sovereignty of the people." However, it should be clear that the people are not intended as a whole, but an individual unit with his own will.
The last key of the Italian Constitution is equality: "all citizens have equal social dignity and are equal in front of the law, without distinction of sex, race, language, religion, political opinions, personal and social conditions. "Art. 3, in his first point, shows very clearly the concept of equality in our Constitution. But what are the aspects of the word "equality"? Firstly, this term does not certainly mean that everyone should be equal, but it wants to refer to an open society, which leaves the strong distinctions and does not discriminate any individual. Moreover, according to the second aspect, it promotes equality including the conditions of the poor and the weakest in society, resulting in the formation of laws that deal in a better way those who have less chance. Here comes then the eligibility of differentiated laws. So equality is no longer the equal treatment by a law, like it is in the model of a liberal State, but it is the guarantee of equal opportunity in exercising their rights.





SIAMO STATI A SEXENHAUSEN....E A BERLINO.....





































venerdì 8 maggio 2009

Il Mahatma Gandhi e la fede nella Non-Violenza


Gandhi era un credente convinto e improntò tutta la sua vita e le sue battaglie alla logica dell’amore e del bene. Sebbene appartenesse alla religione induista, egli non si stancò mai di cercare il confronto con le altre religioni e da queste trasse anche degli insegnamenti. Per questo l’attività “politica” di Gandhi non può essere disgiunta dalle sue credenze e dalla sua fede nella Verità. Durante i venti anni trascorsi in Sud Africa, Gandhi ebbe modo di elaborare i concetti dell’Ahimsa e del Satyagraha, concetti religiosi prima che politici, che egli avrebbe messo in pratica al ritorno in India, nella lotta per l’Indipendenza dall’Impero Britannico.
Per rendere il termine Ahimsa lo stesso Gandhi, più volte, ricorse al termine “amore”, inteso, però, in senso cristiano. Amore, dunque, non solo nei confronti del fratello e del prossimo, ma anche, soprattutto, del nemico.
Il termine Satyagraha nacque, invece, con l’obiettivo di sostituire il termine inglese passive resistance. Durante una riunione egli si accorse, infatti, che tale espressione veniva interpretata come l’arma dei deboli, che poteva infine esprimersi anche per mezzo della violenza. Per ribadire allora il significato che egli attribuiva al termine inglese “passive resistance”, decise di coniarne uno nuovo: proprio quello di Satyagraha, con il quale egli si riferiva ad una battaglia pienamente attiva, seppure condotta senza l’uso della violenza. In quella occasione Gandhi spiegò che il più grande esempio di Satyagraha fu dato da Gesù e dalle migliaia di cristiani che soffrirono e patirono pazientemente le persecuzioni attuate nei loro confronti.
Poco dopo che Gandhi ebbe inaugurato il Satyagraha, il generale Smuts approvò una legge secondo cui ogni indiano si sarebbe dovuto recare in un ufficio per farsi registrare e farsi prendere le impronte digitali. Una simile costrizione indignò gli Indiani e, primo fra tutti, Gandhi. Sotto la sua spinta, nessun indiano si fece registrare e, immediatamente, migliaia di indiani furono arrestati. Le prigioni risultarono insufficienti e il generale Smuts si risolse a discutere con Gandhi e, infine, ad abrogare la legge. Anche in altre occasioni Gandhi sfidò pubblicamente il generale Smuts, come quando si oppose, insieme a migliaia di indiani, alla legge che dichiarava validi solo i matrimoni tra cristiani.


tratto da un approfondimento di Dario Domingo V D 2007/2008

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